SERENA PEA /DO YOU NEED ANY HELP?

PRIME VISIONI: 3 / 10 / 17 / 24 NOVEMBRE
                

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Serena Pea, dopo essersi specializzata in fotografia di scena presso l’Accademia Teatro alla Scala nel 2011, inizia a lavorare in un negozio, pensando di restarci un paio di mesi. Ci resta 9 anni, e per i primi 4 non riesce più a leggere nemmeno un libro. In questi anni, la sera si nutre di teatro e fotografia, collaborando come fotografa di scena con il Teatro Stabile del Veneto ed Emilia Romagna Teatro, per i quali tutt’ora lavora.

Nel 2014 espone presso la Biblioteca Centrale di Palazzo Sormani a Milano Everyday Souvenir, a cura di Roberto Mutti, progetto poi finalista presso Giovane Fotografia Italiana #03 (Fotografia Europea 2014).

Del 2017 è Songül, esposto a In/Out Spazi D’arte presso il Centro Culturale San Gaetano e in Mirabilia. Il segno della contemporaneità nelle opere di artisti under 35 presso il Museo Diocesano di Padova. Nel 2018 Songül diventa un libro, pubblicato dalla casa editrice La Grande Illusion con la postfazione di Guido Scarabottolo. Libro e progetto vengono esposti e presentati da ottobre a dicembre presso il bookshop della Fondazione Sozzani a Milano. Nel 2019 Songül fa parte della collettiva Altre Visioni all’interno del festival Photo Open Up di Padova.

A febbraio 2020, Serena lascia la multinazionale per cui ha lavorato 9 anni per iniziare a lavorare stabilmente in teatro. Due settimane dopo i teatri chiudono, chissà per quanto. Ma non tutto il male viene per nuocere. Nel 2020 si occupa della fotografia e del montaggio di tre lungometraggi prodotti dal Teatro Stabile del Veneto, e a fine anno ha l’opportunità di frequentare Photography, Fiction and Memoir, il suo primo corso (online) presso l’International Centre of Photography di New York, che sognava di frequentare dal 2012.

(Per tutta la durata della residenza puoi rivedere la serie tutte le volte che vuoi)

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Do you need any help?

Due mesi fa ho trovato uno smartphone con una cover di silicone blu. Ho provato a indovinare il pin, per riuscire a contattare la persona che lo aveva perso.

 

Al terzo tentativo errato, al posto di bloccarsi, il telefono ha iniziato a rimandare tutto ciò che aveva transitato nel suo sistema.

 

Ho guardato tutto il collage digitale che ha emesso, fatto di voci umane e sintetiche, suoni e musiche, interni ed esterni in miniatura intrecciati a immagini del mondo reale, a figurare stati emotivi e desideri rimasti sulle pareti, tra le tegole e i tessuti di un quotidiano vicino.

 

Più guardavo e più mi rendevo conto di essere all’estrema ricerca di risposte, e quel telefono mi sembrava pronto a darmele.

 

So che è più eroico salvarsi da soli, ma in questo periodo non ce la sto facendo.

 

A chi ci rivolgiamo quando abbiamo bisogno di aiuto?

 

Cosa succede quando coloro da cui cerchiamo risposte ci pongono a loro volta domande?

 

Il telefono non l’ho mai restituito.

 

 

Sono partita da narrazioni che mi hanno raggiunto durante la tempesta infodemica dei giorni di isolamento, che ho iniziato a rielaborare con Giulia Briata ed Eleonora Panizzo, attrici. Oltre a essere le voci umane di questo progetto, hanno trovato insieme a me le parole per raccontarlo e farlo crescere portando alla nascita di Infodemic, progetto finalista alla Biennale College Teatro 2021, sezione performance site-specific.

 

I modellini in miniatura sono stati costruiti da me e dallo scenografo Alberto Nonnato.